I Residui di Agrofarmaci nei prodotti Ortofrutticoli

Si ringrazia per la collaborazione il Dr. Cristian Tozzi esperto in Tecnologie Agrarie, specializzato in agrofarmaci nei prodotti ortofrutticoli.

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“I Residui di Agrofarmaci nei prodotti Ortofrutticoli”


Quando migliaia di anni fa l’uomo smise di essere solo cacciatore e raccoglitore e cominciò a coltivare le piante per soddisfare le proprie esigenze nutritive, ecco che cominciò ad avere a che fare con tutte le problematiche legate alla difesa delle colture agrarie dalle malattie e nacque così la difesa delle produzioni vegetali.
Nei secoli l’uomo ha rivolto i suoi sforzi nel combattere le avversità che minacciano le sue fonti di cibo e la sua salute con i soli mezzi agronomici, meccanici, fisici e biologici. Non avendo i mezzi oggi a disposizione, l’uomo dovette arrendersi di fronte ad alcune malattie dei vegetali che furono a volte causa di gravi carestie. Ad esempio tra il 1845 e 1849 fu un attacco della peronospora della patata in Irlanda a provocare la “Grande carestia” che decimò la popolazione irlandese da 8 milioni ad un solo 1 milione di persone.
Sebbene la conoscenza e l’impiego di sostanze quali zolfo, rame e arsenico risalga all’antichità, l’introduzione dei mezzi chimici di sintesi, come mezzi di difesa sistematica dalle avversità, avvenne solo a metà del secolo scorso, appena terminata la seconda guerra mondiale.
Da un lato, l’introduzione di queste molecole assieme alla meccanizzazione hanno permesso l’evoluzione di un’agricoltura e una frutticoltura specializzata ed intensiva e un incremento, oltre che qualitativo, anche quantitativo delle produzioni agricole del 20 - 40% (secondo la FAO). L’aumento delle produzioni e il ruolo avuto, particolarmente in passato, dagli insetticidi nella soluzione a problemi di carattere sanitario, quali epidemie di tifo e malaria sono aspetti che hanno contribuito anche alla costante crescita demografica dei giorni nostri.

Dall’altro lato però l’uso degli agrofarmaci espone la popolazione a dosi minime di fitofarmaci, presenti come residui negli alimenti o come contaminanti nelle acque. Dosi infinitesimali e irrilevanti in confronto alle esposizioni cui sono sottoposti per motivi professionali, quel limitato settore della popolazione che si occupa della produzione, trasporto e applicazione in campo degli agrofarmaci. Ma che tuttavia sollevano preoccupazioni nei consumatori, ed in particolare di quelli dei paesi sviluppati. Sebbene queste preoccupazioni siano assai comprensibili e condivisibili, sono spesso sovrastimate e strumentalizzate soprattutto da parte di chi informa l’opinione pubblica. Preoccupazioni che sono fomentate in primo luogo dalla non conoscenza dei principi e delle procedure che stanno alla base del rilascio della registrazione degli agrofarmaci e che spiegano il grande divario esistente nella graduatoria tra rischi reali e rischi percepiti legati agli effetti tossici connessi all’alimentazione ( vedi Tabella 3.1).
In secondo luogo queste preoccupazioni sono amplificate dalla confusione generata dall’emissione di disciplinari di produzione privati da parte della Grande distribuzione Organizzata ed in particolare di quella europea. È per questo motivo che con il presente elaborato, frutto di una profonda ricerca e un’attenta analisi, si intende informare il lettore a proposito di una tematica di grande interesse attuale e in costante evoluzione, quale quella dei residui di agrofarmaci nei prodotti ortofrutticoli.
In questa sede si tenta di mettere a disposizione del lettore tutte quelle informazioni necessarie a comprendere se l’attuale normativa in materia di agrofarmaci e dei residui ad essi connessi, tutela a sufficienza la salute del consumatore. Inoltre si tenterà di analizzare e comprendere se i disciplinari di produzione privati, emessi dalla Grande Distribuzione Organizzata, contribuiscono ad apportare un contributo significativo a tutelare il consumatore oppure no.

Nei primi due capitoli da considerarsi introduttivi, si riportano gli attuali modelli di difesa fitosanitaria in base alla rispettiva evoluzione negli anni e l’ampia gamma dei mezzi chimici a diposizione per controllare le avversità. Questi ultimi sono stati classificati in base alle modalità d’azione nei confronti del patogeno e principalmente per gli insetticidi, si è fatta particolare attenzione, più che ai campi d’impiego nella difesa, ai possibili meccanismi di tossicità potenzialmente in grado di esplicare.
Al capitolo terzo si spiegherà dettagliatamente il complesso iter procedimentale che a livello europeo, viene applicato agli agrofarmaci affinché siano autorizzati all’immissione in commercio e al relativo impiego. Vedremo quali sono i parametri di riferimento e quali sono gli studi tossicologici eseguiti sui formulati, che devono essere presentati dall’ azienda richiedente l’autorizzazione. Ci renderemo conto dell’entità dei fattori di sicurezza applicati alle informazioni ottenute nei test sperimentali di laboratorio nell’ambito della valutazione del rischio.
Nel capitolo successivo dopo aver precisato l’origine e la definizione di residuo di un agrofarmaco vedremo quali sono i procedimenti e gli ulteriori fattori di sicurezza applicati nella fase di determinazione dei Limiti Massimi di residuo (LMR) fissati per legge.
Vedremo inoltre com’è organizzato il sistema dei monitoraggi e dei controlli che dovrebbero accertare la sicurezza degli alimenti ortofrutticoli a livello nazionale ed europeo, e analizzeremo i dati e i grafici inerenti ai controlli ufficiali e non ufficiali, degli ultimi anni con particolare approfondimento dei dati più recenti a disposizione.
Infine all’ultimo capitolo si affronterà una tematica al centro di tanti attuali dibattiti che vedono protagonisti tutti gli attori della filiera agrochimica, ovvero il multiresiduo e la preoccupazione che esista la possibilità di interazione tra i diversi principi attivi presenti nella dieta del consumatore. Tematica molto a cuore delle associazioni ambientaliste, le cui pressioni nei confronti della Grande Distribuzione Organizzata hanno portato alla compilazione di disciplinari di produzione che prevedono restrizioni, in materia di residui di agrofarmaci, molto più severe dell’attuale normativa europea che si tenterà di analizzare per verificarne la compatibilità con le problematiche fitosanitarie e fitopatologiche.

Conclusioni

Con il presente elaborato, frutto di una profonda ricerca e un’attenta analisi si è tentato di mettere a disposizione del lettore tutte le informazioni necessarie a comprendere se l’attuale normativa in materia di residui di agrofarmaci tutela
sufficientemente il consumatore. Inoltre se i disciplinari di produzione privati, emessi dalla Grande Distribuzione Organizzata, contribuiscono ad apportare un contributosignificativo a tale scopo.
Nel tentativo di raggiungere tale obiettivo sono stati riportati i punti salienti che caratterizzano la registrazione degli agrofarmaci. Abbiamo osservato che un prodotto fitosanitario per poter essere autorizzato non deve solo essere efficace contro gli organismi bersaglio, ma deve allo stesso tempo essere selettivo. Inoltre non deve provocare effetti dannosi alla salute dell'uomo e agli animali e non deve provocare effetti inaccettabili all'ambiente. Per verificare che vengano soddisfatti tali requisiti sono effettuati studi alquanto minuziosi che prevedono la sperimentazione su animali cavie da laboratorio al fine di costruire il profilo tossicologico della sostanza. Dopo aver analizzato nel dettaglio la complessità, severità e durata di questo processo, che può variare da 6 a 8 anni, possiamo concludere che se un agrofarmaco è autorizzato all’impiego è perché ha fornito elevate garanzie di sicurezza per l'operatore, il consumatore e l'ambiente.

In seguito si è analizzato il procedimento parallelo a quello di autorizzazione, ovvero la fissazione del Limite Massimo di Residuo attraverso le “prove residui” e lo studio delle curve di degradazione dell’agrofarmaco. Questo valore, fissato obbligatoriamente al momento della registrazione dell'agrofarmaco, non rappresenta una soglia di sicurezza tossicologica, ma rappresenta un limite legale oltre i quali il prodotto vegetale non può essere commercializzabile. Pertanto se il residuo di un agrofarmaco risulta superiore al LMR, significa che esso è stato probabilmente impiegato in modo non corretto e non conforme alle raccomandazioni in etichetta. Ciò rappresenta un reato ma non è necessariamente motivo di preoccupazione sanitaria. Anzi, osservando i grafici è ben evidente quanto il LMR per ciascun vegetale sia fissato ben al di sotto del limite massimo d'assunzione. Quindi il superamento occasionale di questo valore rappresenta un reato punibile dalla legge, ma non rappresenta un rischio per il consumatore.

 Successivamente abbiamo osservato i risultati dei monitoraggi fatti nell’ambito dei controlli ufficiali, e quelli non ufficiali elaborati dall’ONR (Osservatorio Nazionale dei Residui), sui prodotti ortofrutticoli e sono emersi risultati decisamente rassicuranti in materia di sicurezza alimentare. Successi che secondo l’EFSA sono stati raggiunti grazie alla restrittiva direttiva 91/414 e al recente regolamento 396/2005 che ha armonizzato i LMR in tutta l’unione europea.

All’ultimo capitolo si è presa in considerazione la preoccupazione sollevata dalla presenza di multiresidui sulla coltura ovvero che i diversi residui presenti negli alimenti possano in qualche modo interagire in maniera sinergica. La tematica, molto dibattuta negli ultimi tempi, non è supportata a sufficienza ne dalla letteratura ne dalla scienza. Tuttavia ho provato a colmare queste lacune riportando il risultato di un test eseguito dal “Gruppo di Tossicologia Sperimentale del Dipartimento di Farmacologia di Firenze”, su una miscela di 15 principi attivi più rappresentativi della dieta di un italiano del centro Italia. Il Test ha dato esito negativo.
Inoltre Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, preso coscienza che dai monitoraggi risulta un incremento della multi residualità ha affermato che “l’aumento di residui fitosanitari abbinati sarebbe dovuto anche al miglioramento dei metodi analitici nei loro livelli di soglia che permettono di rilevare un numero maggiore di sostanze analizzate. Non a caso nel Programma Europeo di Controllo nel 1997 erano indagate e monitorate 71 sostanze, diventate ben 834 nel 2009.”
Sempre l’EFSA qualche anno fa ha nominato un gruppo di esperti scientifici, che nel 2008 ha emanato un parere su tutti i tipi di tossicità combinata dei pesticidi, compresa l’interazione tra sostanze chimiche diverse, in cui si concludeva che soltanto gli effetti cumulativi derivanti dall’esposizione concomitante a sostanze che hanno comuni modalità di azione davano adito a timori e richiedevano pertanto ulteriori approfondimenti. Quindi la tematica è tutt’altro che chiusa.
Il gruppo di esperti ora sta ricercando un modello di valutazione del rischio cumulativo che tenga in considerazione non più un singolo principio attivo, ma una miscela di sostanze attive aventi meccanismi d’azione e di tossicità simili. Comunque, in attesa di un modello affidabile per valutare l'esposizione a gruppi di sostanze aventi il medesimo meccanismo d'azione, ad oggi non esiste alcuna evidenza scientifica che dimostri l'esistenza di un effetto sinergico dei residui multipli, quando questi sono presenti ai livelli riscontrati negli alimenti, quindi non c'è motivo di supporre che essi rappresentino una minaccia per la salute dell'uomo, se non si
considerano residui di gruppi chimici aventi meccanismi d’azione simile.
Solo a questo punto abbiamo affrontato l’argomento inerente ai disciplinari di produzione della Grande Distribuzione Organizzata. Dopo un’attenta e dettagliata analisi delle richieste fatte da una parte di essa, si è venuto a conclusione che sebbene alcune richieste hanno stimolato i produttori e tutta l’organizzazione che li assiste verso un livello di attenzione al problema dei residui maggiore (ed in questo senso le garanzie per i consumatori sono effettivamente migliorate) la limitazione di utilizzo di agrofarmaci, se non opportunamente studiata in funzione delle patologie da controllare attraverso organi competenti come ad esempio le università ecc., potrebbe rivelarsi foriera di ulteriori problematiche di carattere non solo commerciale, economico e fitopatologico, ma anche sanitario con un aggravio dell’ impatto tossicologico ed eco tossicologico della difesa fitosanitaria stessa.
Pertanto possiamo concludere che, da quanto elaborato in questa ricerca, sia l’ambiente, gli operatori del settore e il consumatore sono sufficientemente tutelati dalla normativa vigente in materia di residui. Mentre l’applicazione dei disciplinari di produzione emessi da una parte della Grande Distribuzione Organizzata (in particolare quella europea), sono una presa di posizione unilaterale che non tiene conto delle problematiche di campo, e fanno emergere un certo squilibrio tra la tutela dell’ecosistema e degli operatori che da un lato vengono penalizzati, e quella dei consumatori dall’altro lato, ai quali tuttavia non offre quel contributo in più alla sicurezza alimentare che si intenderebbe apportare.
Mi appello pertanto alla stessa GDO affinché faccia un passo in dietro e consideri la problematica dei residui in collaborazione con esperti del mondo scientifico ed universitario, in modo tale da tenere conto anche delle problematiche fitopatologiche di campo. Mi appello inoltre agli organismi nazionali ed internazionali competenti, che fino ad
ora hanno dimostrato passività ed indifferenza, affinché sia presa una posizione trasparente ed univoca e diano, nel caso non sia fatto un passo indietro, una ridimensionata alle pretese avanzate dalla GDO, tornando così ad essere un punto di riferimento per i consumatori e i produttori.
Mi appello infine al mondo scientifico affinché esegua un’ulteriore approfondimento delle tematiche affrontate in questa tesi al fine di rimediare alle lacune tecniche e scientifiche emerse, allo scopo principale di non demandare ad altri l’informazione.

Cristian Tozzi

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